Per cancellare definitivamente dall’agenda di questo governo, e dei prossimi, l’aumento dal 21 al 22% dell’Iva prevista dal primo luglio servirebbero subito 6 miliardi di euro, 2 per quest’anno e 4 per il prossimo, più altri 4 l’anno per gli anni a seguire. Il solo rinvio di sei mesi, ancora, costerebbe allo Stato due miliardi, mentre per spostare lo scatto dell’Imposta sul valore aggiunto agli inizi di ottobre ne servirebbe soltanto uno.
E il rinvio di tre mesi sembrerebbe l’ipotesi preferita dal governo Letta, ancora in alto mare, però, sulla copertura del minor gettito fiscale conseguente.
Allo studio del ministero dell’Economia, si legge nell’articolo del Corsera “Meno sgravi e sussidi, così le risorse per Iva e Imu” di ieri 9 giugno, ci sarebbero “tutte le varie opzioni per rendere l’operazione meno pesante possibile per i conti pubblici”.
Gli analisti del Tesoro starebbero valutando anche “un aumento selettivo dell’Iva”, in modo da “razionalizzare” le attuali aliquote e renderle meno confusionarie.
La copertura, ricorda l’articolo, dovrebbe provenire da tre canali da tempo oggetto di studio degli ultimi esecutivi (Berlusconi, Monti e, ora, Letta), vale a dire nuovi interventi di spending review sulla Pubblica amministrazione, revisione degli incentivi alle imprese e “razionalizzazione” delle detrazioni, deduzioni ed agevolazioni fiscali.
Non a caso, ricorda il quotidiano, il ministro Saccomanni, che sabato ha confermato che per ridurre il peso fiscale sulle imprese e sul lavoro il governo sta puntando sul taglio della spesa, ma anche “sulla riduzione dei sussidi e degli incentivi creati in modo troppo generoso in passato”, ha voluto al suo dicastero l’ex sottosegretario alle Finanze del governo Monti, dal 2004 al vertice del Servizio rapporti fiscali di Bankitalia, Vieri Ceriani, lo stesso che ha analizzato il fenomeno agevolazioni sia come membro del precedente esecutivo, sia come uomo di Banca d’Italia su incarico del governo Berlusconi.