Dopo l’annuncio estivo di Matteo Renzi relativo all’abolizione della Tasi e dell’Imu ci sono state diverse riflessioni di economisti ed istituzioni sull’opportunità di questa scelta. La Commissione Europea, così come Bankitalia e la Corte dei Conti hanno manifestato le loro perplessità su questa scelta, perché le tasse sul patrimonio sono quelle meno avverse alla crescita economica – per di più in un’Italia zavorrata da tasse sul lavoro e le imprese.

Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, nel 2014 le imposte patrimoniali hanno prodotto un gettito record di 48,6 miliardi di euro. Nell’ultimo quarto di secolo hanno raddoppiato la loro incidenza sul Pil – e sono quintuplicate – quasi. E oltre la metà delle imposte patrimoniali sono rappresentate dalle tasse sulla casa – ovvero Tasi e Imu. Secondo la Cgia quest’anno il gettito dovrebbe essere stabile, mentre nel 2016 si dovrebbe registrare un’inversione di tendenza. Il taglio di Tasi ed Imu dovrebbe generare un risparmio di 4,6 miliardi – per una riduzione della tassazione sul patrimonio del 10%.

Secondo i dati storici ci sono stati due aumenti decisi nella tassazione del patrimonio. Il primo strappo è arrivato nel 1992, quando il governo Amato decise il prelievo forzoso sui conti correnti. In un batter d’occhio le tasse patrimoniali passarono da 11,7 a più di 20 miliardi di euro – di colpo la tassazione – in rapporto al Pil – è passata dall’1,5 al 2,5%. Il secondo strappo, come il primo, è legato ai diktat europei ed è collegato al Salva Italia: l’imposizione patrimoniale è cresciuta del 43% rispetto all’anno precedente – ovvero il 2011 -, per un aumento valutato in 13,7 miliardi di euro – dettato anche dal fatto che nel 2008 il governo Berlusconi aveva abolito l’Ici.