Fa sempre discutere il bonus Irpef da 80 euro in busta paga per dipendenti e assimilati voluto dal governo Renzi.
Con le elezioni europee a meno di un mese, il provvedimento assume sempre più connotati di forte rilievo politico, diventando così facile terreno di scontro tra le varie fazioni in campo.
Al centro delle polemiche soprattutto l’efficacia della misura, dunque l’importo che i lavoratori dipendenti e assimilati si ritroveranno a fine maggio in busta paga.
Una somma che non può certamente dare nuovo ossigeno alle famiglie italiane, troppo stremate dalla crisi e dalla pressione fiscale per rifiatare con così poco, né dare un forte impulso al rilancio dei consumi e delle vendite al dettaglio, in pieno trend negativo, né tantomeno consentire ad un italiano di “poter fare la spesa per due settimane”, citando l’infelice passaggio di un’intervista rilasciata la scorsa settimana dalla capolista Pd alle Europee, Pina Picierno.

Il bonus Irpef, al momento, riprendendo una recente uscita del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (foto by InfoPhoto), rappresenta in realtà soprattutto una misura “per ridare fiducia alle famiglie”.
Per i lavoratori con un reddito annuo di 8-10mila euro, ad esempio, (il bonus è per i dipendenti e gli assimilati con reddito compreso tra 8mila e 24mila euro lordi annui), 80 euro o poco meno al mese possono rappresentare l’equivalente di una o due giornate lavorative (secondo il tipo di lavoro e di inquadramento) o di un carrello della spesa in più al mese.
Il bonus che quest’anno partirà con la busta paga di maggio, inoltre, dovrebbe rappresentare il primo passaggio di quel taglio del cuneo fiscale di cui tanti sentiamo (solo) parlare da decenni: è fondamentale ora che la misura diventi davvero “strutturale”, come più volte ribadito dal premier Matteo Renzi.
Per ora, in effetti, non è così e le coperture (specifiche) hanno richiesto ulteriori sacrifici ai contribuenti.